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venerdì, 19 maggio 2006

Concorso pubblico: 5000 per 120 posti, di cui circa la metà già assegnati.

Concorso pubblico: convocazione alle ore otto e trenta del mattino. Siamo circa duemila, una lunga fila variopinta che si snocciola in maniera quasi ordinata dall’atrio alle scale sino alla strada davanti a Palazzo Nuovo. Bel panorama, siamo a Torino, guardiamo la Mole. Siamo tutti laureati, abbiamo una media di trent’anni, trenta che compensano chi ne ha di più e chi ne ha di meno. Siamo molto diversi, per provenienza e per formazione, ci sono scienziati e umanisti, economisti e giuristi, tutti accomunati da una stessa cosa: chi più convinto, chi meno, stiamo cercando lavoro. Lo stato ce ne offre uno, o meglio ci offre la possibilità di essere fra quelli che tentano di averne uno, addirittura a tempo i-n-d-e-t-e-r-m-i-n-a-t-o, di quelli che stanno in graduatoria, di quelli che forse, prima o poi…

Per ora aspettiamo.

Ore nove e trenta, circa un’ora di attesa. Siamo ancora fuori, ogni tanto si va avanti di un passo. Qualcuno grida: "A chi resiste gli danno il permesso di soggiorno!". Fra amici si scherza, su chi a turno, fra noi, lavorerà questo mese, su chi dovrà ospitare gli altri a cena, quello che lavora. Una ragazza qualche fila avanti dice che chi ha già il posto fisso non ha nessun diritto di partecipare a concorsi e di togliere posti agli altri. Indignazione. Come dire che il lusso di lavorare è già troppo, figurarsi anche scegliere…

Ad ogni modo piove (governo ladro…ora che c’è, si può dire), alcuni ombrelli si accendono sulle nostre teste come funghi, un gruppetto fugge, applausi, non gradiscono lo scherzo, è una vergogna, dicono. Che cosa, la pioggia? Non si lamentino poi della siccità però…

Per un attimo compaiono fantasiosi copricapo: giornali, sacchetti, giacche, foulard; poi qualcosa si muove. Hanno aperto le porte dell’Ateneo, ci fanno defluire, ora siamo sotto la tettoia, dietro di noi solo un centinaio di persone si bagnerà.

Si sentono grida dall’interno, numeri: la folla fischia, applaude, protesta. C’è scetticismo sul metodo di chiamata: l’organizzazione ha ben pensato che duemila persone possano sentire distintamente la voce di un addetto che grida. Strano, non è così, non sentiamo. Si sparge la voce: bisogna leggere i cartelli, siamo divisi per lettera. Cartelli? Dove? Qualcuno dice laggiù: in effetti in un luogo per noi inaccessibile si notano alcuni fogli attaccati ad una delle porte di uscita dell’atrio di Palazzo Nuovo. Ogni foglio reca scritte del tipo A – Das 1, Dasa – Fun 2, etc. Dopo un primo momento di smarrimento capiamo che i gruppi di lettere corrispondono all'inizio del nostro cognome, dunque siamo divisi per gruppi, e che a ogni gruppo corrisponde un numero, esattamente quei numeri che si sentono urlare ogni tanto e che ci giungono come miraggi uditivi. La domanda ora è: a cosa corrispondono i numeri? Giunge però in nostro aiuto un’addetta che sta facendo la spola lungo tutta la fila e che urla: "Ci sono ancora persone con cognomi da Pen a Tab?" Sono Rac, dunque vado. La donna grida 8, credo sia il mio numero. Procedo, un poliziotto fa passare una decina di noi Pen-Tab reclutati; altri venti o trenta Pen-Tab rimangono bloccati da lui. Noi fortunati procediamo verso un minuscolo tavolino con il nostro numero: Ecco spiegato il numero 8. Dietro al tavolino siedono due impiegate. Di fianco, quelle del sette e del nove aspettano: cosa? Dai tavolini in fila a volte si alza qualcuno su una sedia e fa con le dita un segno: due, tre, sei. È il segnale per l’urlatore ufficiale che si sgolerà cercando di raggiungere la folla. Io però sono fortunata, ho ben due signorine che si occupano di me: una detta il numero del documento all’altra, che lo scrive. Poi, sempre la dettatrice, che evidentemente è capace di compiere due azioni per volta, mi firma il foglio per il lavoro. Lavoro? Ebbene sì lo confesso, io lavoro, però rassicuro i miei colleghi candidati: è lavoro precario. Allora ok. D’altra parte lo sapete, voi amici candidati, da quale universo arriva la parola precario? Deriva dal latino e si porta appresso tutta una serie di significati che gravitano attorno all’idea della supplica, di supplicare per ottenere qualcosa (precans: antis, agg. Supplichevole; precario: avv. Supplichevolmente; precarius: a, um, agg. ottenuto con preghiere, incerto, temporaneo; precatio: onis, f. preghiera ; precatus: part. da precor, implorando…), cosa che per l’appunto ci troviamo a fare dopo ancora un’ora, un’ora e mezza. Preghiamo perché ci facciano iniziare una prova che ci porterà a (forse) frequentare un corso, il quale ci condurrà ad alcune selezioni, superate (forse) le quali potremmo accedere a una graduatoria che (forse) ci permetterà di lavorare.

Ma noi non ci perdiamo d’animo. Oramai ci sentiamo in gita: stipati nelle aule di palazzo nuovo (non proprio le più grandi, lì c’è lezione, meglio destinare quelle medie per duemila persone) abbiamo famigliarizzato con i funzionari addetti a controllarci. Li preghiamo di farci uscire per la pipì, per un caffè, di aprire le finestre. E loro acconsentono, cordiali, rassegnati, sventolanti(-si), basta depositare un documento sulla cattedra e poi riprenderselo. Intanto, ogni mezz’ora circa si verificano accadimenti di una certa rilevanza: ci viene consegnato il foglio delle istruzioni e la penna; passa un addetto (che sta facendo il giro di tutte le aule) a spiegarci ciò che c’è scritto sul foglio delle istruzioni (siamo tutti laureati, ma non si sa mai, quelli delle leuree brevi potrebbero non capire, poverini: fra elementari, medie, superiori e università, a colpi di 5,3,5,3 anni, sono solo 16 anni che studiano); viene scelta una ragazza per l’estrazione della busta; torna la ragazza che ha estratto le buste; ci vengono consegnate le buste; ci viene detto di aprirle.

Pronti via: sono le 13:15, dopo sole quattro ore e tre quarti di coda e attesa le nostre menti riposate e deste possono occuparsi di ciò per cui ci siamo presentati qui (dalle otto e trenta, qualcuno anche prima). Mettiamo crocette come selvaggi, scaricando sul foglio tutte le nostre frustrazioni, le nostre aspettative, il caldo, la fame, le preghiere. Chissà se il lettore ottico si accorgerà del pathos contenuto in questi segni. E dire che c’è anche una domanda sui tagli nelle tele di Fontana… chissà se è stato dopo un concorso che ha iniziato a graffiare superfici…

Ma non divaghiamo. Abbiamo novanta minuti per crocettare. Confesso che un certo piacere lo si prova. Sono domande fattibili, molte di logica, niente storia, qualcuna di italiano, diritto, informatica: non fosse per i duemila concorrenti mi sentirei anche di posizionarmi nelle zone medio-alte della classifica. Ma qui non si scherza coi numeri. Mi consolo con quello speciale gusto che danno i quiz e, mentre consegno, penso che vorrei vedere la faccia di quello che arriva primo, primo in graduatoria, il più bravo su duemila: che faccia avrà uno così?

Esco attorno alle due, fuori si disquisisce: come hai risposto a quella…e a quella…

La mia preferita è questa (non proprio così, più articolata, ma non la ricordo tutta):

I TOSCANI SONO OSPITALI. PAOLO è OSPITALE.

NE POSSO DEDURRE CHE PAOLO è TOSCANO?

In effetti è piaciuta a molti. C’è un sacco di gente simpatica in giro.

C’è un sacco di gente che vuole lavorare.

Ne posso dedurre che tutta la gente che vuole lavorare è simpatica?

Mah… ce ne andiamo a mangiare scherzando e ridendo. Per premiarmi spendo trenta Euro alla Feltrinelli. Tanto fino al prossimo anno lavoro…

Comunque la parte migliore viene stamattina. Su La Stampa, nelle pagine dedicate a Torino leggo la risposa di Loredana Segreto, direttore amministrativo vicario dell’Ateneo, alla domanda "Non si potevano utilizzare sedi più adatte?". Ed ecco la risposta: "Abbiamo scelto di farlo nelle nostre sedi per meglio interpretare lo spirito della legge, questo è un corso-concorso, la selezione è anche formativa, da qui uscirà una graduatoria che vivrà due anni e sarà una consistente parte del futuro personale".

Parole enigmatiche. Selezione formativa… Ci penserò.

Per ora deduco che aspettare per ore per una selezione per (forse) avere un lavoro sia formativo. Che ne dite?

postato da: iagluk alle ore maggio 19, 2006 15:30 | link | commenti (1)
categorie: precariato, coda, concorso pubblico